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Lettera da una professoressa

La scuola e’ appena cominciata ed io vorrei che non succedesse mai più quello che è capitato a me il primo anno in cui sono arrivata in una scuola, ormai 30 e più anni fa…
Una mia collega, entrando in sala insegnanti dopo la prima lezione in classe, ha pronunciato una frase significativa: «Scommettete! Io so già chi sarà bocciato alla fine dell’anno!».
E di bocciature annunciate ne potremmo raccontare tante, perché come diceva questa insegnante, chi non è “attrezzato”, chi non ha gli strumenti o come vengono chiamati “i prerequisiti per…”, chi non ce la fa ad un certo punto a reggere il carico di un apprendimento senza aiuto e senza soste, è bollato e la parola “bocciato” rende bene l’idea anche se con molta più ipocrisia oggi l’abbiamo sostituita con “non ammesso alla classe successiva”.

Non bisogna essere dei grandi indovini. Se le richieste che facciamo, le metodologie che usiamo sono sempre le stesse, la previsione può essere semplice.
Atteggiamento ben diverso è se accettiamo la sfida di riuscire a modificare un percorso che sembra già segnato e prestabilito. Se prendiamo sul serio l’insuccesso scolastico, ma non come prova che un ragazzo non è adatto alla scuola, non per svalutarlo, ma per capire come mai il suo processo di apprendimento si è bloccato. Parafrasando Bencivenga, la bravura di un insegnante non si misura sui ragazzi che sono già bravi in partenza, ma sulla capacità di aiutare chi è in difficoltà e di risollevarlo da un destino che altri credono già segnato.

Dicendo a un ragazzo che gli mancano le capacità, lo si priva della fiducia in se stesso e davvero lo si condanna all’insuccesso. I ragazzi possono entrare in una classe dove già tutto è predisposto dai programmi e da come i professori o i maestri intendono svolgerlo. Si presentano a noi con la loro intelligenza che può essere adatta o no ad apprendere il programma, a essere disciplinata. Tutto il resto passa sotto i nostri occhi come ci fosse estraneo e non ci riguardasse. Non ci sentiamo chiamati in causa perché il nostro compito è insegnar loro la matematica, la grammatica. I loro problemi non rientrano nei nostri compiti.
Se, invece, siamo curiosi di conoscerlo per aiutarlo ad uscire da quelle difficoltà in cui si sente intrappolato, se avremo quella curiosità che sempre Bencivenga definisce appassionata con cui si portano in luce i segreti di una persona cara; non quella sterile con cui ci si appropria di un inutile dato statistico, se parleremo con lui per capire cosa gli sta capitando, se dimostriamo interesse sincero per lui così com’è, forse può iniziare un cammino.

Ci sono due scuole davanti a noi:
1. Una scuola dove il problema, la difficoltà del ragazzo diventano un momento di ricerca per trovare soluzioni e strategie, quella in cui i programmi si plasmano sugli alunni
2. Un’altra scuola in cui la difficoltà è stigmatizzata da un voto negativo o da una sanzione, quella in cui sono gli alunni che devono plasmarsi sui programmi

Quale scuola vogliamo?